‘Planetarium’. La stella di Natalie Portman unico barlume di un film sconclusionato

Lavorare con un talento come Natalie Portman, che stavolta dimostra di poter recitare allo stesso tempo in lingua sia inglese sia francese con totale nonchalance, è un po’ il sogno di qualunque regista; in questo caso, di una donna, Rebecca Zlotowski, che per il suo terzo film sceglie come ambientazione la Parigi di fine anni Trenta. Ma purtroppo per lei Planetarium risulta un film di soli piaceri superficiali che, tra le altre cose, offre scarsa risonanza al di là di un tardivo interesse verso tutte le problematiche che scoppiavano in Europa a quel tempo. La fioca luce che emana questa pellicola non è sufficiente ad accendere la fantasia e l’immaginazione dello spettatore.

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In realtà, le fondamenta su cui costruire quest’opera erano più che valide.
L’origine del film infatti ha radici antiche, legate alla vera storia delle sorelle Fox, tre medium americane che hanno inventato lo spiritismo alla fine dell’Ottocento, il cui successo è stato tanto considerevole da portare alla nascita e al prosperare di una dottrina che oggi conta centinaia di migliaia di adepti nel mondo, fino ai circoli intellettuali dell’Europa. Sull’onda del mito, la regista Zlotlowski e lo sceneggiatore Robin Campillo hanno dato vita alle sorelle Barlow (Portman e Depp), originarie di Rochester, poco sopra New York, che, dopo un tour mondiale di sedute spiritiche pubbliche e private dietro compenso, giungono a Parigi.

Acuta e pronta a cogliere qualsiasi occasione le si presenti sottomano, Laura (Portman) dimostra da subito di essere il cervello della famiglia mentre Kate (Depp), che sembra dipendere totalmente dalla sorella maggiore e che vive un po’ tra le nuvole, tra le due è il vero canalizzatore che si pone come tramite di un messaggio spirituale. Il loro modo di interagire con il pubblico mescola una potente narrazione (“Siete pronti per la verità?”) con una altrettanto forte artisticità (“Chiudi gli occhi. Respira profondamente.”).

La notte in cui si apre il film, proprio dopo un loro spettacolo, le sorelle catturano l’attenzione di un uomo di mezza età, un riccone produttore cinematografico di nome Korben (Emmanuel Salinger). Il curioso individuo le invita nella sua lussuosa casa per una sessione privata, a seguito della quale si convince di essere entrato in contatto con una figura del suo passato a lui molto cara – Zlotowski preserva il mistero riguardo il “dono” di Kate, mostrando solo gli stivali di un uomo che si siede al tavolo con i tre personaggi in scena e poi Korben che reagisce a uno strangolamento da parte di un presunto fantasma che il pubblico non vede. Subito lo assale un’idea magnifica che avrebbe contribuito a rinnovare il cinema francese: filmare una seduta spiritica delle sorelle Barlow per catturare su pellicola il mondo degli spiriti. Nell’insistere perché le due ragazze accettino, Korben offre loro vitto e alloggio.

Il giorno delle fatidiche riprese Laura conquista tutti con la sua presenza e la sua personalità. Dopo alcuni ciak malriusciti, colpa anche di Kate che si sente pressata dai mille occhi che la osservano e che invadono la sua fragile intimità, le viene chiesto di recitare il ruolo di una carismatica medium nell’imminente film della produzione di Korben. Il fascino e l’intensità dell’arte della recitazione seducono Laura, che comincia a vedere nel cinema una via per esplorare se stessa e il suo talento, ma così facendo finsice col rompere il suo stretto legame con la sorella minore.

Il successo immediato di Laura lascia inoltre la vulnerabile Kate nelle mani del sempre più ossessionato Korben, che grazie alla ragazza continua a comunicare col medesimo spirito. C’è una scena in cui Laura sente ansimare “atleticamente” un uomo e una donna attraverso le grate del suo bagno e subito teme il peggio, ma una volta seguita la pista rimane ancora più scioccata nello scoprire sua sorella mano nella mano con Korben, seduti a un tavolo una di fronte all’altro, in una “speciale” quanto iperventilante seduta spiritica. Laura non è tanto infastidita dal fatto che sua sorella stesse agendo sessualmente (pur se indirettamente) con una persona, quanto che lo stesse facendo senza di lei, di nascosto. Avevano sempre lavorato insieme fino a quel momento e ora il comportamento di Kate le fa scoppiare dentro un enorme senso di colpa misto a tradimento.

Il problema è che questa rottura tra le sorelle viene solo evocata e mai affrontata realmente, debolmente resa e difficile da agganciare al forzato design scintillante e agli eccentrici tocchi di regia (tra cui slow motions ed effetti visivi lussureggianti come la casa di Korben). Natalie Portman è la vera forza di Planetarium, affiancata da una Depp semplicisticamente eterea. Ma un Premio Oscar non è sufficiente a reggere un film. Salinger, dalla sua, è imprigionato in un personaggio all’apparenza tragicamente ingenuo ma che in finale risulta essere più che altro ingenuamente stupido; la sua interpretazione non si fa carico di quella drammaticità che (si spera!) Zlotowski voleva.

Lo spiritismo, la sorellanza, il ritratto di una donna potente, la costruzione di una famiglia, il velatissimo crescendo degli estremismi e del nazismo in Europa, il cinema francese degli anni Trenta sono tutte tematiche che rientrano in Planetarium, ma non appaiono mai concretamente connesse tra loro né tantomeno vengono affrontate a pieno nel corso della pellicola. In tal senso la narrazione è sconnessa; in generale, manca un equilibrio di insieme.
Si è accennato alla rottura delle due sorelle. Quando nel film le Barlow si dividono – Laura raggiunge il sud del Paese per girare alcune scene del film mentre Kate sceglie di diventare la cavia di Korben in un isitituto di metafisica – emerge una tensione dovuta all’atto di separazione, alla distanza tra le due ragazze, ma che tuttavia ha breve durata.
E la sbrigativa natura del melanconico finale che sconvolge la vita di più persone, soprattutto di Korben, appare forzata, come una scusa per ricordare in che periodo storico si svolge il film, la politica corrotta e corrosiva, la guerra che incombe.
Troppa carne sul fuoco, insomma. E a risentirne, naturalmente, è la sceneggiatura – non è facile raggruppare tutto questo in meno di due ore di film!

Dal 13 aprile al cinema, distribuito da Officine UBU, un film esteticamente affascinante, ma al tempo stesso troppo ambizioso.

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