Malick gioca la carta sbagliata: il ‘Fante di Coppe’ non funziona

I film di Terrence Malick sono noti per scindere il pubblico: alcuni li ritengono noiosi e insignificanti; per altri invece “non sono mai meno che capolavori” (Roger Ebert, 2011). Di certo, i suoi sono prodotti ricercati, conditi da uno stile visionario che l’ha reso un regista più unico che raro – in positivo o in negativo, a seconda naturalmente del punto di vista e del gusto personali. Eppure, da regista posapiano che possa apparire a chi non lo segue costantemente, Malick ha dimostrato di essere un uomo tutt’altro che pigro, portando in sala quattro pellicole negli ultimi cinque anni, senza contare un altro titolo in fase di post-produzione.

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Knight of Cups (lett. ‘Il cavaliere di coppe’, in riferimento alla carta dei tarocchi) comincia con una serie di immagini di stampo prettamente malickiano, un auto-plagio che sembra quasi un’exploit auto-celebrativo. È pur vero che Christian Bale, vagando per il deserto di Las Vegas al tramonto, ricorda un po’ Sean Penn in The Three of Life (2011) e allo spettatore viene quasi da chiedersi, ironicamente, se non si trovi di fronte a un sequel non ufficiale.
L’attore gallese interpreta Rick, un autore di commedie di cui però non si legge neanche una riga né si ascolta una battuta – Malick non fornisce prove tangibili del suo talento, ma si percepisce comunque il suo potenziale. È un uomo alla ricerca di qualcosa di diverso, qualcosa che vada oltre la vita che conosce, ma non sa cosa sia, né come trovarlo.
La morte del fratello Billy grava su di lui come un’ombra. Suo padre Joseph (Brian Dennehy) prova enormi sensi di colpa a causa di questa perdita. L’altro fratello, Barry (Wes Bentley), sta attraversando un periodo difficile e si è appena trasferito a Los Angeles dal Missouri, dove sono cresciuti, e Rick lo sta aiutando a rimettersi in piedi. Ci sono guizzi di drammatico interesse nella storia di questa famiglia; tuttavia, Malick silenzia il dramma, letteralmente. È la prova che il regista diffida delle parole, almeno di quelle dette in faccia. Dimostra ancora il suo amore nel cimentarsi con la voce fuori campo; una voce disincarnata: “Frammenti di un uomo”, sussurra Bale. “Dove ho sbagliato?”.
Inoltre, Rick ama le donne. E dalle donne è circondato, poiché da loro cerca distrazione. C’è Nancy (Cate Blanchett), la sua ex-moglie. C’è la modella Helen (Freida Pinto). C’è Elizabeth (Natalie Portman), rimasta incinta. C’è Karen (Teresa Palmer) la spogliarellista. C’è Della (Imogen Poots), giovane ribelle. E infine c’è Isabel (Isabel Lucas), una ragazza che lo aiuta a guardare in avanti. Secondo Rick le donne la sanno molto più lunga di lui. Lo avvicinano al cuore delle cose, al mistero. Ma è tutto inutile. Le feste, i flirt, la carriera: nulla lo soddisfa. Eppure, ogni donna e ogni uomo incontrati nel corso della sua vita sono serviti, in qualche modo, come guida, come messaggero.

Dal punto di vista critico, Knight of Cups è un prodotto molto italiano per certi versi, che richiama la narrazione sciolta de La dolce vita (Fellini, 1960) o de La grande bellezza (Sorrentino, 2013); mentre lo stile è più vicino all’alienazione visionaria di Antonioni de La notte (1961) – ciò non significa che sia allo stesso livello di questi grandi classici nostrani; anzi, tutt’altro. È un irrequieto vagare in un groviglio di sotto-trame. Il film è suddiviso in otto capitoli – titolati con i nomi delle carte dei tarocchi, ad eccezione dell’ultimo – più un prologo, ciascuno liberamente fondato sul rapporto del protagonista con una figura importante della sua vita.
Il lavoro di Lubezki – che non è proprio l’ultimo arrivato fra i direttori della fotografia! – è appezzabile fino a un certo punto. Ricorrendo al solito angolo di circa 45° sopra l’orizzonte, cattura magistralmente i volti degli attori, i grattacieli e l’azzurro sopra di loro. Ma il suo diventa un vizio, forse ormai un tic anche involontario. Il risultato è una visione monotona e non proprio innovativa, in termini di foto-esposizione, di Los Angeles, di cui il pubblico mondiale conosce ormai ogni isolato visto e ripreso in migliaia di produzioni cinematografiche.

In conclusione, diciamo che Knight of Cups non resterà scolpito negli annali della storia del cinema né tantomeno sarà ricordato come uno dei lavori migliori di Malick. Se non altro, il catalogo orgiastico di festini, hotels e grattacieli aziendali potrà servire alle generazioni future come massimo esempio di capitalismo occidentale nella sua forma più insulsa e decadente. Non che il film sia allo stesso infimo livello dello stile di vita che raffigura, ma poco ci manca.

Al cinema dal 9 novembre.

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