Scorsese alla ricerca di Dio in ‘Silence’

La religione al cinema è complicata. Un regista deve essere consapevole che si rischia fin da subito di perdere una gran fetta di pubblico non credente e/o prevenuto. Ciononostante, Martin Scorsese non ha rinunciato a realizzare un progetto che teneva in cantiere da più di vent’anni: Silence, trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo omonimo del 1966 firmato Shūsaku Endō.

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Difficoltà finanziarie hanno causato ulteriori slittamenti. Tuttavia il prodotto finale è il chiaro risultato di una contemplazione e una interpretazione ben ragionate. Scorsese non si è limitato a riadattare un libro che parla di due gesuiti del XVII secolo che viaggiano in Giappone alla ricerca del loro mentore. Il cineasta americano lo ha fatto suo. Questa è probabilmente l’opera più personale e sentita di un regista che ha sempre investito anima e corpo nei suoi progetti. Tutto in Silence appare perfetto – ogni ripresa studiata; ogni taglio ben calcolato. Quando Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Garupe (Adam Driver) partono volontariamente dal Portogallo al Giappone con l’intento di trovare il loro maestro Padre Ferreira (Liam Neeson), che si vocifera abbia rinunciato alla propria fede dopo essere stato torturato, lo spettatore può percepire il forte credo del regista riflettersi nell’incrollabilità verso Dio da parte dei due protagonisti. È come se partisse fisicamente, oltre che spiritualmente, insieme a loro.

La differenza è che Scorsese sa già qual è la destinazione finale e cosa li aspetta. La prima metà di Silence racconta l’arrivo dei due preti in Giappone nel 1636 e del loro predicare il Vangelo alle umili genti di piccoli villaggi costieri. Il Paese del Sol Levante è sotto lo shogunato Tokugawa; il Cristianesimo è stato messo fuorilegge e dopo un’epoca fiorente i suoi seguaci sono quasi del tutto estinti. Le poche centinaia di fedeli rimasti vengono perseguitati dall’Inquisitore (Issei Ogata), un’iconica figura apparentemente malvagia, ma che in finale si scopre essere più che altro ragionevole – preferirebbe convincere tutti i cristiani a rinunciare alla loro fede piuttosto che giustiziarli.

Deliberatamente a rilento, con una musica composta principalmente dai suoni della natura e da rumori indistinti, Silence si rivela al pubblico con un realismo e una semplicità tutt’altro che comuni a Scorsese – ad esempio, la cinepresa si sposta di rado in maniera scomposta e veloce, tranne che per alcune sequenze toccanti dove è quasi d’obbligo adottare questa metodologia filmica.
La pellicola si materializza attraverso gli occhi dei due preti europei persi in un Paese straniero, ignoto. Ma in realtà è Rodrigues a rappresentare il focus primario: ha più convinzione del suo collega; è fermo nel suo credo e sicuro che Dio lo ascolti, anche se non riceve alcuna risposta, se non un silenzio straziante e più forte di qualsiasi voce. Anche dopo essersi separato da Garupe e fatto prigioniero, sembra incapace di commettere apostasia. Per questo motivo i suoi rapitori aumentano la loro pressione psicologica sul gesuita al fine di fargli calpestare un fumi-e, una sorta di immagine sacra locale raffigurante Gesù o la Vergine Maria. Quest’atto significherebbe il definitivo rifiuto della sua fede. Ogni volta che il prete non collabora, l’Inquisitore uccide un prigioniero cristiano.

Il dilemma è impossibile; la sua risoluzione sorprendente. Silence diventa più teso e avvincente nella seconda metà, nonostante la storia si limiti a una serie di conversazioni teologiche volte a salvare delle vite innocenti.
Attraverso un racconto particolare, il film porta lo spettatore a interrogarsi sul valore della fede spirituale in un mondo che sembra non averne bisogno, ieri come oggi. Scorsese riesce a gestire questo difficile materiale con una curiosità intellettuale e uno stile visivo che mantiene il pubblico attento e pienamente coinvolto.

In conclusione, Silence è un film strepitoso che colpisce direttamente al cuore di chi lo guarda, indipendentemente dal dio che il singolo spettatore adora. Il finale perfetto comporta un silenzio reverenziale da parte del pubblico all’uscita dal cinema.
L’opera, che a prima svista resta comunque poco scorsesiana, racchiude tutta la fantastica carriera di un regista che ha trascorso una vita intera ad esplorare la sua fede attraverso i suoi lavori.

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