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“Blair Witch” e il noioso deja-vu dell’horror

Dal 21 settembre in sala il sequel di "The Blair Witch Project"

Data la sconcertante frequenza con cui al giorno d’oggi vengono prodotti film horror low-budget che non hanno alcuna pretesa intellettuale, appare strano e dolcemente nostalgico ricordare per un momento quando questo genere cinematografico era meno diffuso eppure spesso orientato verso orizzonti ideologici ben definiti – vedi gli zombi di Romero e la sua denuncia alla società americana.

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Negli anni Novanta questo genere cinematografico stava attraversando una profonda crisi, dovuta in gran parte alla rimasticatura di pellicole e personaggi che a loro tempo ottennero grande successo e su cui sono state costruite delle vere e proprie saghe. Parliamo di un preciso sotto-genere dell’horror, ovvero lo slasher movie, reso noto tra gli anni Settanta e Ottanta da Non aprite quella porta (Hooper, 1974), Halloween (Carpenter, 1978), Venerdì 13 (Cunningham, 1980) e Nightmare (Craven, 1984). Il pubblico ante-2000 ne aveva fin sopra i capelli di mostri e assassini seriali. I cosiddetti scary movies non apparivano più tanto scary.
Lo stesso Scream (Craven, 1996), che pure ha avuto numerosi sequels, non bastò da solo a superare la depressione. Tuttavia, raccogliendo intorno a sé una grande fetta di audience, la pellicola dimostrò ai cineasti amanti del genere che dosando sapientemente energia e originalità, l’horror poteva ancora stupire e portare profitti.

The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (Myrick e Sanchez, 1999) arrivò dal nulla e rivoluzionò totalmente il modo di fare cinema di genere. Nacque il found-footage horror – che tanto deve al nostrano Cannibal Holocaust (Deodato, 1980). Si tratta di un mockumentary, cioè un documentario che lo spettatore sa essere fittizio ma che è reale per i personaggi del film e che viene raccontato con una visuale in prima persona. Ciò significa che i protagonisti si fanno operatori e narratori delle loro gesta, instaurando in tal modo un maggior rapporto emotivo con il pubblico, che osserva il susseguirsi delle drammatiche vicende come fosse sul posto. In questa sede non è tanto importante sottolineare quanto positivamente il film venne accolto sia dalla critica sia dal pubblico, quanto invece soffermarsi sull’innovazione cine-metodologica che questa pellicola apportò all’horror: immagini non sempre nitide e spesso caotiche e tremolanti volte a fare meno chiarezza visiva possibile, effetti sonori estremizzati, budget stracciato e cast sconosciuto; questi sono gli ingredienti alla base del successo di The Blair Witch Project – il film costò 60 mila dollari e ne incassò ben 240 milioni – e della moltitudine di film di genere che seguirono e che tutt’oggi impazzano tra il pubblico, soprattutto quello più giovane, grazie anche a uno strategico sfruttamento della rete di Internet e dei social media, nello specifico.

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Proprio The Blair Witch Project fu la prima pellicola a scommettere sulla potenza virale di Internet. Già tempo prima del release americano, i due giovani registi cominciarono a pubblicare su un sito dedicato a persone scomparse alcune prove false documentate di un gruppo di tre ragazzi spariti misteriosamente – che è poi quello che si legge nei titoli d’apertura del film: “Nell’ottobre del 1994 tre studenti videoamatori scomparvero in un bosco nei pressi di Burkittsville nel Maryland mentre stavano girando un documentario. Un anno dopo fu ritrovato il loro filmato.”. Navigando su qualunque motore di ricerca, il lettore incuriosito poteva trovare decine di articoli fittizi costantemente aggiornati, foto, interviste apocrife, pagine di diario. Si raccontava di come Heather, Joshua e Michael, naufragati nella natura mentre cercavano di fare luce sulla leggenda locale della strega di Blair, fossero dispersi nel bosco e presumibilmente morti in malo modo. Internet era nuovo a questo mondo e il marketing virale ancora non esisteva. A differenza di oggi, una notizia pubblicata in rete veniva presa sul serio. Ecco perché lo sconcerto fu altissimo quando il prodotto finale venne mostrato pubblicamente in centinaia di sale. La paura fu tale che si dice abbia anche gravato sull’economia turistica dei campeggi del Maryland. Chissà che non si tratti di un’altra “storia vera” post-release.

Ma muoviamoci verso il presente. Dopo il flop clamoroso de Il libro delle streghe – Blair Witch 2 (Berlinger, 2000), un sequel che di interessante ha meno di zero e che giustamente il nuovo film in uscita neanche prende in considerazione, arriviamo a Blair Witch (Wingard, 2016). Anche stavolta si è lavorato molto sulla campagna pubblicitaria, in particolar modo sull’effetto sorpresa. Da anni si vociferava di dare un seguito degno all’originale, ma nessuno tra il pubblico del Comic-con di San Diego, lo scorso luglio, si sarebbe aspettato di vedere il trailer del nuovo film, già pronto ad essere distribuito dopo soli due mesi in tutto il mondo. La proiezione ha spiazzato tutti. In effetti, prima del buio in sala era stato annunciato The Woods, un titolo su cui si lavorava da tempo e che gli astanti erano curiosi di vedere in anteprima dopo un primo trailer che non raccontava nulla – lo si può trovare su YouTube. E invece il filmato apriva sui boschi del Maryland e i suoi misteri irrisolti, riportando indietro nel tempo i fans increduli ed eccitati al tempo stesso dal nuovo titolo svelato, Blair Witch.

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Questo sequel, che nello svolgersi delle vicende sembra più un remake, segue la storia del fratello di Heather, scomparsa nel primo film, che si addentra nel bosco maledetto con un gruppo di amici per girare un documentario sulla sparizione della sorella quasi vent’anni prima. Il ragazzo è motivato a intraprendere quest’avventura anche da un video trovato online che fa sperare lei sia ancora viva.
Fin da subito appare evidente che i tempi sono cambiati, in meglio o in peggio. La pellicola adotta la tecnologia per rendere forse meno dispersiva dell’originale la gita nel bosco, almeno teoricamente: un drone, telefoni cellulari, GPS e qualsiasi tipo di kit per cui sarebbe impossibile perdersi. Ma è proprio questo il lato negativo del film, perché la qualità del digitale cancella tutta quella granulosità che contraddistingue The Blair Witch Project. Una delle gioie nel guardare il primo film è proprio quella sensazione del vedo-non-vedo, osservare qualcosa di sfuggita nel bosco che è poco chiaro, sfocato, e che magari solo tu hai visto e a cui altri neanche hanno fatto caso.
Per non parlare delle forti modifiche apportate rispetto all’originale, forse per rendere la storia maggiormente appetibile al pubblico più giovane. Lo scorrere lento degli eventi e il gore velato del primo film sono stati rimpiazzati da frequenti quanto noiosi salti sulle poltrone da parte del pubblico, forti boati inspiegabili nel bosco e un aumento non necessario di violenza gratuita. In questo senso, Blair Witch appare come il gemello sfacciato e frettoloso del sommesso The Blair Witch Project. Se da un lato questi aspetti potrebbero rendere il film abbastanza vendibile alla nuova generazione amante dell’horror, dall’altro i vecchi fans del genere scuotono la testa tristemente pensando a ciò che è considerato spaventoso nel 2016.
Un altro disappunto riguarda la vera protagonista della pellicola. Nell’originale, la ragione per cui la strega di Blair era un villain così terrificante è perché il pubblico sapeva poco o niente di lei. La sua leggenda viene brevemente riassunta dai personaggi ma mai la sua figura compare sullo schermo. Stavolta invece la faccenda è tutt’altro che sottile. I racconti su di lei intorno al falò suonano più come la trama per un futuro prequel e addirittura, verso la fine del film, il pubblico vede a più riprese, seppure per pochi attimi, la strega stessa.
In conclusione, il film risulta più marcio della leggendaria fattucchiera Elly Kedward. Ben poco infatti resta al pubblico di questo lungometraggio, che è un prodotto accuratamente confezionato, commercializzato e venduto all’audience più giovane semplicemente per fare cassa.

Se The Blair Witch Project ha segnato una nuova alba dell’horror, Blair Witch è il rantolo di morte di un sotto-genere che una volta emozionava, e che ora scompare nel buio dello stesso bosco da cui è nato.

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