‘SFashion’. La crisi al cinema come non l’avete mai vista

Ormai è qualche anno che l’Istat non si preoccupa più di contare i suicidi italiani dovuti alla crisi economica. Sembra che il problema non interessi o quantomeno non lo si voglia portare in luce. Forse c’è paura nel mostrare gli sconcertanti dati finali. Per fortuna ci pensa il Link Campus University di Roma, il quale rivela che nel 2015 sono state 189 le persone che si sono tolte la vita a causa di debiti; il 46,1% erano imprenditori.

Segnala a Zazoom - Blog Directory

Una tematica, quella dell’imprenditoria, che tocca nel profondo il regista di SFashion Mauro John Capece: «Sono cresciuto in una famiglia di imprenditori e commercianti e conosco bene la realtà delle imprese. So che la crisi di un’azienda può rovinare la vita di molte famiglie in pochissimo tempo. Ma ci si dimentica troppo spesso che quelli che subiscono il cambiamento più estremo e irreversibile sono proprio gli imprenditori […] C’è chi riesce a scappare all’estero e chi si ammazza e trova la pace con la morte, ma c’è anche chi non fa né l’uno né l’altro, decidendo di andare dignitosamente incontro alla bancarotta. SFashion è la storia del declino di un’imprenditrice onesta, baluardo di un ceto medio sempre meno presente nel nostro tessuto sociale».

La protagonista Evelyn (Corinna Coroneo – che è anche co-sceneggiatrice insieme al regista) è un’imprenditrice di terza generazione che porta avanti una storica azienda di moda ereditata dal nonno (Andrea Dugoni), ideatore di un brand geniale, che aveva occhi solo per la nipotina. Nonostante la donna ricopra il ruolo di amministratore delegato non disdegna di occuparsi della creatività, seguendo con interesse il lavoro dei suoi stilisti. Inoltre, ha un legame profondo e molto umano con i dipendenti, che conosce e chiama tutti per nome dal primo all’ultimo.
Bartolomeo (Giacinto Palmarini) è il suo angelo custode. Esperto contabile e responsabile amministrativo, frequenta l’azienda sin da bambino e ha ricevuto la sua formazione proprio dal nonno di Evelyn. Il loro rapporto è speciale, di estrema fiducia, ma si limita al solo ambito professionale. Evelyn infatti è una donna single, confusa, alle prese con un matrimonio finito a causa del suo egoismo e con un ex-marito di cui è ancora innamorata. Le sue giornate in azienda sono scandite da istanze di fallimento, malcontento degli operai, scelte drastiche per tenere a galla l’intera baracca.
Ad aggravare irreparabilmente i conti dell’azienda sarà Mr. Cunningham (Randall Paul), importante cliente americano nonché amico fraterno del nonno, il quale approfitta del momento finanziario debole e chiede un fatale sconto del 30% sulle forniture.
In breve, la situazione precipita e il personale inizia a scioperare. Evelyn non molla fino all’ultimo, andando senza più forze ma con onestà incontro al suo triste destino.

Capece nasce artisticamente come fotografo a New York e fa parte per diversi anni della Factory di Andy Warhol. La sua esperienza formativa influenza fortemente il suo stile di regia. Questo appare evidente in SFashion. Stilisticamente parlando, non è un film alla portata di tutti. In questo senso, purtroppo!, il pubblico italiano è fin troppo abituato a film che parlano di tematiche importanti con ironia, finanche demenzialità – del tipo: ridere per non piangere. Si tratta di tragicommedie viste e riviste che toccano il problema senza affrontarlo veramente. Qui della commedia non c’è neanche l’ombra. Lo stile di SFashion è ricercatissimo e rende il film tanto perturbante quanto affascinante agli occhi dello spettatore che sa andare oltre le apparenze. Non ci sarà da stupirsi se alla fine l’opera di Capece troverà più fortuna all’estero che in Italia. Non è un caso infatti che il film abbia già ricevuto dei premi sia a Los Angeles sia a Montreal.

Un cinema sperimentale, visionario, che ripercorre le tappe di una terribile Via Crucis esaltando le emozioni della protagonista e di chi le sta intorno. «SFashion è una riflessione sociale, ma soprattutto una pellicola piena di sottotesti», un film d’autore che tocca profondamente l’animo di chi sa apprezzare lo stile di Capece, che attraverso il pretesto della moda, motivo d’orgoglio italiano in tutto il mondo, affronta la crisi in modo crudo, diretto, non dal punto di vista degli operai, degli impiegati, degli extracomunitari, dei criminali o dei disoccupati, ma da quello di un imprenditore, una volta tanto onesto.

Loading...

Commenta per primo

Lascia un commento

Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
LinkedIn
Share
Instagram