“Sole cuore amore” di Vicari visto dallo Storico e Critico del Cinema Ennio Bispuri

Nella filmografia di Daniele Vicari, Sole cuore amore può essere considerato come il punto più alto (non perché sia l’ultimo della sua filmografia) di una poetica centrata sull’osservazione attenta della realtà e sui problemi dell’esistenza umana, soprattutto quando questi si manifestano nei momenti conflittuali più drammatici, più dolorosi e privi di sbocchi.

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Mai come in questo film Vicari è riuscito a leggere la realtà e a penetrare nella psicologia dei suoi personaggi, dei quali riesce a trasmettere tutte le tensioni in un chiaroscuro narrativo fatto di silenzi, di allusioni e di sentimenti dolorosi mascherati.

In Sole cuore amore Vicari ha rappresentato con una sobria crudezza, che spesso rasenta il taglio documentario (altra componente rilevante della sua poetica) la sofferenza del mondo in cui vivono i precari, gli emarginati e quelli che, con un’espressione addolcita dal lessico burocratico-statistico, vengono definiti (e liquidati) come collocati più o meno “al di sotto della soglia della povertà”.

E Eli, la protagonista del film, è proprio una donna di quei 4 milioni e 600.000 italiani che, con uno stipendio di meno di 800 euro al mese in nero, salvo le detrazioni dovute ai suoi ritardi e senza alcuna tutela sindacale, deve mantenere la famiglia.

Eppure, in questa sobria crudezza, che è l’ossimoro stilistico che caratterizza il film (a differenza, per esempio, di Velocità massima e soprattutto di Diaz, nei quali la cifra realistica è esasperata) Vicari ci mostra il bar di Roma, ubicato nel quartiere tuscolano, dove Eli lavora, per raggiungere il quale deve impiegare due ore di tempo e due ore per tornare a Torvajanica nella sua modestissima casa, dove vive con il marito disoccupato e quattro figli.

Quel bar, che è apparentemente inscritto in un clima di leggerezza, cela invece, man mano che la storia si sviluppa, soprattutto nella sua parte finale, un vero e proprio campo di battaglia dell’esistenza, con la moglie del proprietario, isterica e aggressiva e il proprietario Nicola, interpretato magistralmente in mille dettagli e mille sfumature da Francesco Acquaroli, quasi appartenente alla sempre più diffusa categoria della banalità del male, ossia di quelli che, secondo l’antichissima ma sempre acuta e profonda riflessione di Platone, compiono il male senza rendersene conto (e quindi ancora più colpevoli), un uomo insensibile e incapace di comprendere, un cinico che agisce istintivamente, con spontaneo egoismo preoccupandosi solo dei propri interessi.

Vicari tuttavia, con un tocco espressivo felice, non isola la protagonista trasformandola in una vittima da compiangere, mentre questa gradualmente scivola nell’imbuto della sua progressiva e silente disperazione, con un marito e quattro figli da mantenere, una salute precaria e una stanchezza che la rende stremata, ma le pone accanto altri personaggi positivi e affettuosi, a cominciare dal marito e poi dalla sua compagna di lavoro Malika, abituata all’insulto e alla grande amica Vale, casta danzatrice di discoteche, che rappresenta la sua alternativa dialettica e il suo connotato di libertà che Eli non è riuscita a realizzare.

L’apologo, con le ovvie differenze dovute a due momenti storici diversi e alla differenza di età tra la protagonista femminile e il protagonista maschile, contiene gli stessi ingredienti con cui Vittorio De Sica nel 1952 aveva costruito il suo film più amaro e più doloroso, Umberto D., centrato su un personaggio (non importa se maschile o femminile, se vecchio o giovane) che si sente braccato in un mondo sociale che non presenta vie d’uscita, del quale Sole cuore amore conserva i tratti narrativi fondamentali, concentrati sulla estrema difficoltà a vivere in un mondo indifferente e ostile, che respinge e ignora la sofferenza dell’altro, considerandola talora come un fastidio.

Il personaggio di Eli, interpretato da una stupenda Isabella Ragonese, diretta alla perfezione, intensa e precisa nel fornire alla sua psicologia tutti gli elementi che la rendono capace di stendere un velo fino al silenzio sulla sua sofferenza quasi mascherando con tutti (il marito, l’amica Eva, la collega del bar) la sua disperazione con tonalità allegre e distraenti, forse nemmeno false, presenta le stesse caratteristiche del pensionato desichiano, che si dibatte in un universo che lo emargina progressivamente con la tendenza ad espellerlo come una scoria.

L’unico personaggio con cui Eli non può mentire è il suo datore di lavoro, Nicola, che però le restituisce puntualmente la dimensione precisa della sua quotidiana sconfitta: il rifiuto degli altri a saper ascoltare, a comprendere, ad aiutare.

L’universo rappresentato da Vicari, che trova in Gente di Roma, di Ettore Scola, del 2003, un riferimento evidente in una versione meno frammentaria e meno radicale, è caratterizzato da tratti ricorrenti che si ricompongono nei tre microcosmi differenti in cui si scandisce la giornata di Eli dalle 4,30 del mattino fino alla sera in tutto l’arco del film: la sua vita nella metropolitana, all’interno del bar e nel misero appartamento in cui abita insieme al marito, un uomo premuroso e dolcissimo, ma ridotto a fare il casalingo per mancanza di lavoro.

È una Roma dai caratteri levantini, magnificamente fotografata senza indulgenze e senza attenuazioni da Gherardo Gossi, tuttavia senza mai esagerare in una rappresentazione insistita che avrebbe condotto verso un manierismo del brutto.

È una Roma cattiva, come ricaviamo dall’episodio occorso all’interno del bar, quando la banchista extracomunitaria macchia la camicetta di una cliente, venendone insultata con parolacce ed espressioni razzistiche.

È una Roma rassegnata, che sembra ormai abituata a un linguaggio aggressivo e violento, è una Roma che ha completamente perso quelle caratteristiche tanto esaltate da Fellini, ossia una Roma pacioccona e assolutoria, abituata da secoli al potere fino a metabolizzarlo nello sberleffo e nella risata, che non esiste più.

In Sole cuore amore Vicari ha stravolto tutte le caratteristiche su cui sono state costruite decine e decine di film centrati su Roma, dagli antichi Campo de’ fiori, L’ultima carrozzella e Avanti c’è posto di Mario Bonnard del 1942, fino al Risi di Poveri ma belli e ai film interpretati da Sordi e da Verdone.

Ma non è neppure la Roma pasoliniana, che ha assorbito le sue miserie trasformandole in una dimensione elegiaca.

La metropolitana, fotografata da tutte le angolature, dall’alto e all’interno, con l’umanità che la abita, personaggi muti e dolenti, come fossero moltiplicazioni anonime della protagonista, perde la sua funzione di cornice per trasformarsi nell’elemento narrativo fondamentale, in una sorta di metonimia rigorosa del calvario quotidiano di Eli, fino a diventare un rifugio rispetto alla guerra combattuta alla superficie, dove anche i mezzi del trasporto pubblico sono inadeguati e carenti, come vediamo nella splendida sequenza dei passeggeri, ripresi in campo lungo, che scendono dall’autobus in panne e camminano in fila indiana quasi appartenessero a una tribù africana.

Vicari mostra con grande efficacia l’illusione, terribile e tutta contemporanea, di trovare un lavoro (un lavoro qualunque) magari solo per sopravvivere, e la totale assenza di umanesimo, presente solo nella bella figura di Mario, il marito di Eli, caratterizzato da una grande amabilità e da mille autentiche premure nei confronti della moglie, un personaggio unico nell’attuale panorama cinematografico (e letterario) in un contesto sociale dominato da pulsioni distruttive che arrivano fino al femminicidio.

La sua illusione si accende con l’attesa di un lavoro promesso, che lo porta a dichiarare euforico alla moglie che con quel suo lavoro lei potrà finalmente licenziarsi e occuparsi solo della casa e dei figli.

Eppure il personaggio di Eli, costruito da Vicari con una sapienza drammaturgica esemplare nel suo asciutto rigore che non indulge mai verso il pietismo, pur possedendo l’amore, è costretta a incanalarsi in un percorso senza sbocchi, non potendo curare i suoi gravi problemi cardiaci fino a spegnere la sua misera esistenza proprio all’interno della metropolitana sempre affollata, il luogo del suo quotidiano dolore, che finirà, come in una tomba, per accoglierla, ormai allo stremo, fino a morirne, rimanendo sola e abbandonata su una panchina, scoperta da un tecnico preposto al controllo dell’area videosorvegliata al momento della chiusura, mentre il marito, anche lui disperato, non vedendola rientrare a casa, continua a cercarla con il cellulare.

Non è nemmeno un caso che Vicari insista nel caratterizzare il suo personaggio con un cappottino rosso di modesta fattura, che non è difficile ricollegare alle spianate di scarpe rosse da donna, distribuite sulle strade e sulle scale delle città a rappresentare simbolicamente tutte le vittime della violenza maschile e, per esteso, ogni violenza di cui le donne sono oggetto.

Dico con convinzione che Vicari, con questo suo film ispirato, rivela una maturità espressiva costruita sulla piena padronanza di uno stile senza enfasi e senza alcuna preoccupazione di engagement sociale o politico, dimostrando di avere la statura di un Arthur Miller (soprattutto di Morte di un commesso viaggiatore), la sensibilità e la capacità espressiva di Vittorio De Sica, l’umanesimo di Ettore Scola, la pietas di Pasolini e lo sguardo profondo sulla realtà di Roberto Rossellini e di Pietro Germi.

Ennio Bispuri
Storico e Critico del Cinema 

ENNIO BISPURI nato a Roma nel 1943, dopo essere stato Ordinario di Filosofia, ha diretto vari Istituti Italiani di Cultura all’estero, prima in Germania (Stoccarda e Colonia), poi ad Algeri e a Santiago del Cile.

Studioso del cosiddetto pensiero irrazionale, ha pubblicato alcuni saggi filosofici dedicati a Nietzsche Nietzsche e Musil, Palermo 1979; Nietzsche: il volto nascosto dell’Oriente, con la prefazione di Ferruccio Masini e Giorgio Penzo, Roma 1980. Nel 1981 ha pubblicato a Roma uno studio su Fellini Federico Fellini e il sentimento latino della vita, con la prefazione di Lino Miccichè; nel 1990 ha pubblicato a Palermo un romanzo, Katabasis: cronaca di una stanza fumosa, con la prefazione di Giuseppe Bonaviri.

Nel 1982 è stato autore di una trasmissione televisiva in tre puntate per il secondo canale RAI, il caso Nietzsce, dedicato al grande filosofo tedesco. Collabora con le riviste cinematografiche “Cinema Nuovo” e “Lumière” e con le riviste letterarie “Forum Italicum” e “Astolfo”.

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