La pelle dell’orso che incarna le nostre paure

Una storia di avventura che rivoluziona il difficile rapporto tra un padre e suo figlio

 

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Il prossimo 3 novembre uscirà nelle sale italiane La pelle dell’orso, una produzione Jolefilm con Rai Cinema, distribuito da Parthénos, primo lungometraggio di Marco Segato. La pellicola è tratta dal romanzo omonimo di Matteo Righetto, edito nel 2013 da Ugo Guanda Editore.

Siamo negli anni Cinquanta, in un villaggio nel cuore delle Dolomiti – le riprese si sono svolte a Fornesighe, nella Val di Zoldo. Qui vivono Domenico (Leonardo Mason), un ragazzo sveglio ma introverso, e il padre Pietro (Marco Paolini – anche co-sceneggiatore per l’occasione), un uomo consumato dalla solitudine e dal vino, che mantiene la famiglia lavorando alle dipendenze di Crepaz. I lunghi silenzi fra le mura domestiche li hanno trasformati in due estranei.

Una notte la tranquillità della valle viene minacciata dal Diàol, il diavolo, un vecchio e feroce orso che dopo tanto tempo dalla sua ultima apparizione torna a terrorizzare i paesani, squartando una mucca dentro una stalla. La comunità, in preda a un terrore superstizioso, non ha la forza di reagire. La sera dopo l’accaduto, Pietro lancia una sfida a Crepaz in uno scatto d’orgoglio: la pelle dell’orso in cambio di un anno di stipendio. La scommessa viene raccolta tra le risate e lo scetticismo generale.
È l’occasione che Pietro aspettava da tempo. Il mattino dopo, senza dire nulla al figlio, parte per la caccia, zaino in spalla. Domenico viene a sapere della scommessa dai compaesani e decide di seguirlo. Comincia per lui un viaggio verso l’ignoto. Dopo essersi ricongiunti, i due si immergono sempre più a fondo nei boschi, fino ad esserne inevitabilmente trasformati. A poco a poco si riavvicinano, si riconoscono e il muro che li separava si sgretola nell’immensità della natura.

Il film ha già concorso al 40. Montreal World Film Festival lo scorso agosto, per poi approdare al Festival Annecy Cinéma Italien a settembre, dove ha vinto il Grand Prix Fitcion, il Prix Cicae e il Prix Annecy Cinéma Haute-Savoie. È stato inoltre presentato in Corea nel corso di questo mese, al 21. Busan International Film Festival.

La pelle dell’orso racconta la grandezza del piccolo uomo che affronta la grande bestia, il superamento di quella linea d’ombra che segna la fine dell’innocenza e l’inizio dell’età adulta, delle grandi sfide della vita. Pur staccandosi dalla trama del romanzo, il film non perde temi e strutture tipiche di opere letterarie americane come Le avventure di Tom Sawyer e i racconti di Hemingway e London. Il tutto affiancato dalla contemplazione della natura, merito di una grande fotografia di Daria D’Antonio, che sembra fermare il tempo, giusto il necessario per recuperare il passato e ricostruire i rapporti familiari sgretolatisi. Inoltre, viene data grande attenzione allo stile di vita di uomini semplici e alla loro relazione con il mondo contadino. In questo senso, la pellicola – come afferma lo stesso regista – vuole “distaccarsi dalle trame italiane solite che presentano ragazzi di città che non riescono a costruirsi un futuro nel proprio Paese”. La scena si svolge in un luogo sperduto, metaforicamente desertico, abitato da personaggi dalle sfumature western, su tutti Sara (Lucia Mascino). La pelle dell’orso risulta dunque in tutto e per tutto un film di genere, un grande film d’avventura, intimo ed essenziale, che osserva da vicino gli stati d’animo dei protagonisti e il loro conflitto. Una fiaba nera ancorata alla realtà, dove il realismo della vicenda viene spinto al limite fino a sfiorare il fantastico. Come per l’orso, elemento quasi soprannaturale, che nella storia incarna tutte le paure più ancestrali. Il bosco quindi è il luogo centrale dello scontro/incontro tra padre e figlio, tra Domenico e il Diàol. Qui è la natura a imporre le proprie regole e gli uomini sono costretti a rispettarle.

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