‘Bleed – Più forte del destino’, un film che colpisce ma poco duramente

A giudicare dalle numerose produzioni di genere degli ultimi anni, sembra che i registi non siano stanchi di realizzare film sulla boxe o in generale di farsi ispirare da grandi figure sportive del passato su cui costruire una sceneggiatura per il grande schermo. D’altra parte, come dar loro torto? Questo tipo di storie sono ricche di personaggi esuberanti con un ego smisurato, boriosi, disposti a tutto per ottenere il migliore risultato possibile. In pratica, si scrivono da soli. Bleed – Più forte del destino, basato sulla vera storia del pugile Vincenzo Edward Pazienza detto “Vinny Paz”, rientra perfettamente in questo filone.

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Il film è scritto e diretto da Ben Younger e segue gli stilemi classici del genere: giovane combattente carismatico e arrogante (Miles Teller), le inevitabili avversità, un allenatore caduto in miseria (Aaron Eckhart), la famiglia, ma anche una parata di belle ragazze che fanno il tifo per lui.
L’aspetto più incredibile della storia di Vinny Paz è quanto le sue condizioni fisiche fossero gravi – un incidente d’auto gli ha spezzato il collo costringendolo a indossare per sei mesi un tutore di metallo circolare avvitato direttamente nel suo cranio. Nonostante il parere dei medici circa la sua quasi irremediabile infermità alle gambe, Vinny Paz comincia segretamente ad allenarsi nel seminterrato di casa con l’aiuto del riluttante coach, iniziando a riprendersi sia emotivamente sia fisicamente. A poco più di un anno dall’incidente, il cosiddetto “Diavolo della Pazmania” torna sul ring a combattere contro il campione dei pesi super medi Roberto Duran, in quello che resta il più grande combattimento della sua vita.

Younger e il direttore della fotografia Larkin Seiple optano per uno stile di ripresa a mano basato sull’analisi del circostante attraverso pura osservazione. Quando ci si concentra sullo sforzo e la determinazione del protagonista tutto questo funziona alla grande; altre volte invece la cinepresa sembra andarsene per conto suo – foglie d’autunno, una carcassa di un automobile, una porta con un telefono che non la smette di suonare. C’è come la sensazione che non si riesca a tenere il passo con l’evoluzione del protagonista e il susseguirsi delle sequenze in cui il pubblico viene catapultato. Gli stessi incontri di boxe si presentano troppo “leggeri” – la camera assume una prospettiva a bordo ring, il taglio è troppo frequente e i pugni sembrano squittire piuttosto che risuonare violentemente al di sopra delle grida come dovrebbe essere.

Bleed – Più forte del destino è un film ispiratore. Il pubblico infatti non può rimanere impassibile di fronte alla determinazione di Vinny Paz nel fare qualcosa che appare così semplice ma che è anche la cosa più difficile per lui soprattutto ma per chiunque: agire e non fermarsi mai. E questo è il nocciolo della questione. Per quanto riguarda invece il contorno, vale a dire tutto ciò che c’è di visibile in questo film, si tratta solo di cliché, qualcosa di già visto che quasi annoia ormai. Una volta che i titoli di coda sono finiti e le luci in sala riaccese, non si può fare a meno di pensare che il vero Vinny Paz sia molto più affascinante di questo biopic incentrato sul mondo della boxe.

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