‘Jackie’, audace ritratto di una First Lady

Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis (1929 – 1994) era poco più di una trentenne quando il marito venne eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Eleganza, stile, imperscrutabilità sono solo alcuni dei tratti che l’hanno resa un’icona nel mondo. Il suo gusto nella moda, negli arredi e nelle arti divenne per molti un modello da imitare. Per chi è vissuto in quegli anni, “Jackie” rappresentava il prototipo perfetto di First Lady.
Il 22 novembre 1963, a Dallas, il mondo le cadde improvvisamente addosso. Suo marito, il Presidente John F. Kennedy, in Texas per la sua campagna elettorale, venne colpito a morte da due proiettili durante un corteo in auto. Lei era al suo fianco, come sempre. Quelle drammatiche immagini sono passate alla storia. Le generazioni successive ricordano di Jackie soprattutto il suo completo rosa insanguinato e una tentata fuga dalla limousine presidenziale. Ma chi era la donna? Quali i suoi ideali? Come ha affrontato la sua terribile perdita?

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Di ritorno a Washington a bordo dell’Air Force One, Jackie è sotto shock e distrutta dal dolore. Non immagina neanche cosa sarà costretta a passare nei giorni a seguire; momenti che non avrebbe mai immaginato di dover vivere: consolare i suoi due bambini; lasciare anzitempo la Casa Bianca che aveva restaurato con grande dedizione e fatica; pianificare le esequie del marito. Ma Jackie capisce anche che quella settimana sarà decisiva nel definire non solo l’immagine e l’eredità storica di John Fitzgerald Kennedy, ma anche come lei stessa verrà ricordata.

Con un toccante biopic, il cileno Pablo Larraín – reduce dall’acclamato Neruda (2016 ) – racconta il dolore personale di Jackie Kennedy nei giorni successivi all’assassinio del marito. Un’opera che è il ritratto di una donna emblematica ed enigmatica al tempo stesso. Al pubblico basta assaggiare questa piccola e triste porzione della sua vita per carpirne la complessità. Il regista sceglie di raffigurarla come fosse in costante recitazione, perché in fondo è anche questo il ruolo di una First Lady. Jackie sa cosa i cittadini vogliono da lei – fedeltà e consapevolezza della sua posizione finché il marito è in vita; diventare simbolo di lutto per un’intera nazione dopo la morte di lui – ed è intenzionata ad accontentarli. Non le interessa se gli altri ritengono eccessiva l’importanza che lei dà all’immagine esteriore. Un chiaro esempio è il restauro interno della Casa Bianca: nonostante il progetto venga visto da molti come il capriccio di una donna annoiata che non sa come spendere i soldi, Jackie è convinta che l’abitazione del Presidente degli Stati Uniti d’America debba essere all’altezza dell’immaginario dei cittadini, maestosa come essi immaginino che sia. E ancora, viene ridicolizzata per voler rendere il funerale del marito tanto imponente quanto quello di Lincoln, nonostante la grande differenza tra i due nei risultati ottenuti come Presidente; tuttavia, crede che anche il popolo americano meriti di esternare pubblicamente e condividere il proprio dolore. Come giustamente evidenzia lo sceneggiatore Noah Oppenheim, già premiato per il suo lavoro alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la fama di Jackie è arrivata nel tempo in cui la televisione ha reso la storia moderna una documentazione visiva, non scritta. E lei sapeva esattamente come comportarsi di fronte a tutto questo. Le sue motivazioni, di certo, non erano solo patriottiche; sicuramente, c’era dell’egoismo e della vanità nelle sue azioni. Ed è giusto che ciò emerga chiaramente dal biopic di Larraín, perché serve, tra le altre cose, a mostrare la persona nascosta dietro l’icona.

Questa complicata caratterizzazione richiedeva una performance complessa e Natalie Portman è riuscita a dare il meglio di sé. A partire dal lavoro vocale, l’attrice mostra sia il lato fragile nascosto sotto una superficie d’acciaio di una donna che tiene testa alle più alte cariche del governo per ottenere il funerale che lei vuole per suo marito sia la Jackie ubriaca che gironzola per la Casa Bianca provando tutti i suoi vecchi abiti nel tentativo di controllare ciò che la circonda nell’unico modo che conosce, cioè attraverso l’aspetto ma soprattutto l’impatto visivo. Scegliendo di girare le sue scene per lo più in primo piano, Larraín non dà un momento di tregua alla Portman. Lo stesso vale per lo spettatore, che non riesce a distogliere gli occhi dallo schermo nemmeno per un secondo.

C’è un scena in cui Jackie dice: “I personaggi di cui leggiamo finiscono per diventare più reali dell’uomo che ci sta accanto”. Il cinema fa più o meno lo stesso gioco. Che sia o meno un accurato ritratto della donna che Jacqueline Kennedy fu, l’opera di Larraín riporta in auge una figura mito che il pubblico farà fatica a dimenticare.

Candidato a tre premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Costumi, Miglior Colonna Sonora), vincitore del Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e del Premio Platform al 41. Toronto International Film Festival, l’attesissimo Jackie supera i confini del biopic con una profonda riflessione sulla fede, la storia, il mito e la perdita. Distribuita da Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment, il 23 febbraio arriva in Italia un’opera quasi perfetta che di certo porterà a casa qualche Oscar.

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