Gli ospiti della quarta giornata del Giffoni Film Festival: Gabriele Mainetti, Claudio Giovanesi, Enzi Gragnaniello e Son Pascal, Evanna Lynch e tanti altri

Domani Miriam Leone, Gianpaolo Morelli e il regista Claudio Cupellini. Inoltre ci sarà un omaggio per l'anniversario della strage di via d'Amelio con Antonio Laudati, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia

Gabriele Mainetti“Non pensate a come vi vorrebbero gli altri: siate voi stessi. È questa la vostra vera forza”: Gabriele Mainetti torna al Giffoni Film Festival dopo lo straordinario successo de Lo Chiamavano Jeeg Robot. “Questo è un posto davvero unico, che rigenera” dichiara subito il regista che proprio qui a Giffoni, nel 2012, presentò in concorso il cortoTiger Boy. “Ricordo che già allora parlavo di un progetto cinematografico che mi sarebbe piaciuto fare. Ora l’ho fatto e son tornato qui. Ne sono davvero contento”, aggiunge il regista, curioso anche di scoprire le reazioni dei ragazzi al suo film. Non si aspettava tanto successo: “Non penso dipenda dal tema ‘supereroi’, in sé abusato, quanto dall’umanità dei personaggi, dall’universalità degli argomenti”.

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La sua prossima ‘destinazione’, intanto, lo porta a Edison for Nature, progetto di cinema collettivo su natura, uomo ed energia che lo vede protagonista con il documentarista Andrea Segre: “È un’iniziativa nella quale credo molto ed è aperta a tutti quelli che abbiano un’idea e una storia da raccontare: l’obiettivo è realizzare un mediometraggio frutto dell’ispirazione collettiva sui temi della sostenibilità ambientale”.

Escluso un sequel di Lo Chiamavano Jeeg Robot: (“Dopo sei anni immerso in quel progetto è ora di cambiare”) si guarda a un nuovo film che sta scrivendo con Nicola Guaglianone, già firma della pluripremiata opera interpretata da Luca Marinelli e Ilaria Pastorelli: “Abbiamo il soggetto e consegneremo la sceneggiatura a settembre. Sarà una storia ancora più folle di quella di Jeeg Robot ” promette il regista.

Claudio GiovanesiIncontro con i giurati Masterclass del Giffoni Film Festival 2016 per Claudio Giovannesi, regista di Fiore, film con protagonisti Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vasiliu, Aniello Arena, Gessica Giulianelli, Klea Marku, Francesca Riso e Valerio Mastandrea. La storia è ambientata in un carcere minorile, dove Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine e il carcere non è più solo un luogo di privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore.

“Il titolo del film è volutamente corto e semplice – ha detto il regista ai ragazzi – e rimanda a un’immagine innocente e femminile: non ci interessava dare un valore pedagogico al film: la trasformazione del personaggio avviene nella componente sentimentale e lì si esplica tutta l’innocenza. Nella reltà, la cura contro certe privazioni – dice Giovannesi – è creare nelle scuole un sistema di formazione come accade qui a Giffoni”.

Il regista ha spiegato che tanto gli è stato insegnato sul set di Fiore dai ragazzi protagonisti del film, che ha raccontato il mondo senza edulcorarlo, raccontando un mondo sublime e terribile nello stesso tempo, ma, nel bene e nel male, un’età unica ed irripetibile per ciascuno di noi. Più in generale, “il cinema – ha aggiunto Giovannesi – deve saper comunicare la realtà, senza impoverirla, ma non in maniera elitaria, essendo pop. Monicelli lo ha insegnato, se puoi comunicare a 10 è meglio che comunicare a 1″.

Interpellato sulla sua prima opera, La casa sulle nuvole, il regista spiega che è stata una storia di emigrazione al contrario, mentre era ancora iscritto al Centro Sperimentale: il film è nato da una ricerca sulla comunità italiana di Marrakech e racconta dei cinquantenni e sessantenni emigrati dal Nord al Sud del mondo (di qui la definizione di emigrazione al contrario).

La Masterclass del Giffoni 2016 si conclude con una panoramica sul cinema italiano: Giovannesi ritiene che “non sia moribondo, perché da quando lo si dice sarebbe già morto. Se riuscissimo a portare il cinema nelle scuole, sarebbe buono, ma non bisogna fare cinema per compiacere il pubblico, perché il pubblico non lo conosci”. Per quanto riguarda la sua esperienza personale, infine, il regista rivela che “abbiamo sempre dei budget contenuti per i film. Li convinco portando già delle immagini e non solo un racconto o un foglio”.

Cose da uominiContrastare il fenomeno della violenza sule donne partendo dalla quotidianità e rivolgendosi agli uomini di tutte le età, a partire dai ragazzi in età scolastica. È questo il senso e lo spirito della campagna #cosedauomini a cura del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto è stato presentato al Giffoni Film Festival ai giurati della sezione Generator +13: all’incontro hanno partecipato Tiziana Zannini, dirigente del Dipartimento Pari Opportunità, Marino Di Nardo ed Elena Falcomatà, sempre del Dipartimento Pari Opportunità, Fabrizia Midulla, sceneggiatrice della web serie, Alessia Magnano, direttore di produzione e gli attori Valerio Di Benedetto e Ruggero Francica Nava.

Il progetto ha scelto il web come canale di comunicazione e la serie come formato narrativo. Cinque gli episodi che raccontano cinque storie di uomini, uomini diversi tra di loro per età, per provenienza geografica, per formazione. Li lega una passione tipicamente maschile che è il calcetto. E’ possibile vedere le puntate della serie sul sito web www.cosedauomini.eu oppure direttamente su youtube attraverso l’hashtag #cosedauomini. Esiste anche una versione sottotitolata in inglese. È una campagna che vuol contrastare il fenomeno della violenza sulle donne e lo fa scegliendo la strada gentile del racconto ordinario, che fa, cioè, riferimento al quotidiano. L’obiettivo è dire no alla violenza senza mai mostrare la violenza stessa.

Il Giffoni Film Festival ha sposato il progetto e la campagna. Lo sottolinea ai giurati il direttore del Gff, Claudio Gubitosi: “Si tratta – ha detto – di una campagna che abbiamo sposato da subito. Ci ha convinto la modalità narrativa perché non si crea mai uno steccato tra uomini buoni e uomini cattivi. Il progetto vuole far capire cosa c’è dietro la violenza sulle donne, vuole indagare sulle ragioni che portano gli uomini a diventare così violenti”. “Voglio ringraziare – ha dichiarato Tiziana Zannini, dirigente del Dipartimento delle Pari Opportunità – per questa opportunità che ci è stata data, quella di essere qui a Giffoni a presentare questo progetto. Qui rappresento il Governo e sapere che un progetto trova una risposta così positiva ci riempie di orgoglio, significa che abbiamo centrato l’obiettivo”.

“Il progetto – ha aggiunto Marino Di Nardo, sempre del Dipartimento Pari Opportunità – nasce da una cifra, da un numero, che è 6.288.000, quante sono le donne che in Italia hanno dichiarato di aver subito almeno una volta una forma di violenza. Significa una donna su tre”.  “Questo progetto – commenta Fabrizia Midulla, sceneggiatrice – come ogni prodotto audiovisivo è un’opera collettiva. Abbiamo scelto la strada delle storie ordinarie. Non vedrete degrado, ma solo quotidianità. Il nostro obiettivo è far proprio questo messaggio, è dalle piccole cose che partono i cambiamenti culturali e di mentalità”.

Evanna LynchLa maggior parte degli attori cerca una via d’uscita dal ruolo più ingombrante della carriera. Evanna Lynch no: l’interprete di Luna nella saga di Harry Potter tornerebbe anche immediatamente nella Scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, come ha raccontato al pubblico del Giffoni Film Festival 2016, dove ha presentato in concorso il nuovo progetto, My name is Emily.

L’universo magico creato dai romanzi della scrittrice J.K. Rowling, pubblicati in Italia da Salani, si sta infatti attualmente ampliando con un nuovo film al cinema (il 18 novembre in sala il primo  della trilogia prequel, Animali fantastici e dove trovarli con il Premio Oscar Eddie Redmayne) e a teatro, con un’opera che segue le vicende del figlio del maghetto, dal titolo Harry Potter and the cursed child, in scena dal 30 luglio  al The Palace Theatre, a Londra nel West End. Oltre a parchi a tema ed uscite editoriali, la magia è destinata a continuare e la 24enne attrice irlandese non vede l’ora di farvi parte di nuovo: “Se ci fosse un film basato sull’opera teatrale – ha confessato – mi ci fionderei subito. La verità è che non riesco a dire addio al mio personaggio e spero di tornare a vestire i suoi panni, in una versione più matura”. Se invece fosse “rimpiazzata” da un’altra attrice in un ipotetico adattamento futuro, invece, non reagirebbe con fair play: “Mi arrabbierei molta, sarei gelosissima anche solo all’idea che possa succedere e non credo me la farei andar bene”. Di tutt’altro avviso, invece, la collega Emma Watson: qualche giorno fa ha accolto a braccia aperte la collega Noma Dumezweni che interpreterà il suo ruolo, la strega Hermione, sul palcoscenico londinese. La scoperta di un’interprete di colore ha scandalizzato molti, ma non Evanna Lynch: “Il personaggio di Hermione ha come tratto caratteristico la lotta per gli indifesi, come gli elfi domestici, quindi ha senso che lei stessa faccia parte di una minoranza. Con questa scelta J.K. Rowling ha mostrato come un’artista possa mandare un messaggio sociale forte attraverso il suo lavoro. Per quanto mi riguarda, quello che conta è il talento, non il colore della pelle”.

La giovane attrice ha ottenuto il ruolo nella saga del maghetto all’età di 14 anni, quando era una fan scatenata della storia: “Ho sempre avuto le mie idee su alcuni sviluppi narrativi, al punto che un giorno sono andata dalla scrittrice a proporle una storia d’amore tra Luna e il Preside della scuola, Albus Silente. Le ho detto che non m’importava la differenza d’età tra loro e che li avrei visti bene insieme. Mi ha risposto: “Non è una questione anagrafica, la relazione sarebbe comunque impossibile perché è gay”. E così sono venuta a conoscenza di una delle grandi rivelazioni di J.K. Rowling”.

L’universo di Harry Potter è sempre stato una grande metafora della lotta alle discriminazioni per l’uguaglianza dei diritti, una campagna condivisa dall’attrice: “Luna se ne infischia dei pregiudizi altrui, è uno spirito libero e mi ha aiutato a combattere le insicurezze, come sta facendo con milioni di persone nel mondo. Così nei progetti successivi ho pensato di sposare cause importanti. Ad esempio in G.B.F. interpretavo la ragazza perfida che detesta gli omosessuali. Il disagio provato nel dare vita alla sua meschinità mi ha fatto capire che sarebbe servito a dimostrare le premesse del film. Cerco comunque nuove sfide e ho una lista di attori con cui vorrei recitare, primo fra tutti Benedict Cumberbatch perché sono una fan del suo Sherlock tv”.

Intanto al festival ha anche ricevuto un’impacciata richiesta di matrimonio da un fan. Rifiutata con garbo, sia chiaro: “Riparliamone tra dieci anni, per ora tutto il mio tempo libero lo dedico ai miei micetti, anzi spero di aprire presto un rifugio per ospitarne tantissimi e spendere tutti i miei soldi per la loro salvaguardia”. Ha poi salutato il giovane pubblico con un consiglio: “Siate comprensivi con i genitori, spiegate loro con calma i vostri sogni e aiutateli a capirne le motivazioni che vi spingono a sperimentare cose nuove. A volte possono proibirvi di tingervi i capelli o indossare certi abiti, ma lo fanno in buona fede, per proteggervi. Mia mamma, che oggi è qui con me in sala a Giffoni, mi ha dato regole severe ma mi ha anche lasciata libera di trovare la mia strada, ha capito che la ribellione adolescenziale non era un dispetto, ma un desiderio di capire chi fossi”.

Lorenzo RichelmyConoscere se stessi, non farsi prendere dall’invidia degli altri e non dire sempre di sì. Lorenzo Richelmy, 26 anni, racconta il ciclone che l’ha investito dopo aver conquistato il ruolo da protagonista nella serie tv Marco Polo, arrivata alla seconda stagione. Ospite del Giffoni Film Festival, l’attore ha raccontato segreti e trucchi per resistere alla tentazione di non montarsi la testa dopo Netflix: “Ho viaggiato tantissimo – ha detto Richelmy – anche prima di Marco Polo, tanto che, quando ho fatto il provino per la parte, ho detto che ero già stato in tutti i posti in cui era stato Marco Polo. Io amo viaggiare, il viaggio ti apre la mente, soprattutto quando viaggi da solo, scopri te stesso e ti metti in discussione. Aldilà dei social, dobbiamo imparare a stare da soli per capire dove andiamo”.

“A Netflix – ha aggiunto la star – cercavano da anni un attore per Marco Polo, in tutto il mondo: ho inviato direttamente il mio provino all’agenzia di casting inglese, per due mesi non ho saputo nulla poi mi hanno telefonato e mi hanno detto che il giorno dopo sarei dovuto andare in Malesia per fare un’audizione. Avevo il problema della lingua perchè non sapevo bene l’inglese, anzi lo sapevo abbastanza male. Mi hanno detto che mi avrebbero messo a disposizione su skype una coach e se fossi migliorato in due settimane mi avrebbero preso. E così è stato”.

Ma poi sono arrivati i problemi: “Sono entrato in un sistema più grande – ammette Richelmy – per molti versi una follia perchè mi sono trovato all’improvviso ad avere a che fare con Netflix e Weinstein, due tra i nomi più grandi dello spettacolo mondiale. È difficile non perdere l’equilibrio, mi ha aiutato la capacità di conoscere me stesso e dimostrare le mie idee e la mia personalità. In uno dei primi incontri che abbiamo fatto, mi hanno detto che avrei subito dovuto smettere di fumare e di bere bevande gassate, gli ho risposto che se lo avessi fatto così velocemente sarebbe stato peggio e hanno capito le mie ragioni. Il problema è che vieni investito da una cosa enorme in un tempo brevissimo”.

La ricetta per restare con i piedi per terra è “autoironia, fiducia in se stessi e pensare che è molto difficile che troviamo qualcosa di impossibile da fare. Mi sono ripetuto concetti di buon senso, come il fatto che tutti, grandi e piccoli, andiamo al bagno la mattina. E vedevo che giganti come De Niro o Pacino a tavola si comportano come tutti noi, chiedono ‘mi passi l’olio?’ come fa chiunque. Questo ti rende solido ed equilibrato. E mi ha aiutato sicuramente anche il fatto che quando ho girato Marco Polo non c’era stato il successo che hanno avuto altre serie, penso a Gomorra, per esempio”.

Quanto a Netflix, Richelmy è convinto che sia il futuro: “Si è accreditata per la sua libertà produttiva, nessun altro avrebbe potuto fare un prodotto come House of Cards se non Netflix”. Sulla terza stagione di Marco Polo, l’attore non si sbilancia: “Non ho notizie ma le prime due sono andate benissimo, dopo ‘Il Trono di spade‘ e ‘Orange is the new black‘ è quella che ha avuto maggiore successo”.

Enzo Gragnaniello e Son PascalContinuano gli appuntamenti live targati Campania Sound Experience, progetto musicale della 46° edizione del Giffoni Film Festival, con le storiche voci partenopee e tante promettenti novità campane. Lunedì 18 luglio, Enzo Gragnaniello sarà uno dei due artisti che animeranno il palco di Piazza Lumière a Giffoni Valle Piana, dalle 22.00, ad ingresso gratuito.

Tutto il cuore di Napoli in Misteriosamente, suo ultimo lavoro discografico; dodici brani firmati, prodotti e arrangiati dal cantautore tra cui Il viaggio di un amico, dedicato all’amico Pino Daniele, un brano interamente strumentale per “Comunicare senza parole un’emozione – ha dichiarato Gragnaniello – solo così credo di poter arrivare all’essenziale, come una preghiera, perché non c’è bisogno di esprimere parola per raccontare e ricordare Pino.” Un lavoro discografico che profondamente legato alle sue radici, ai quartieri spagnoli e al dialetto partenopeo: “C’è qualcosa nella musica napoletana che va oltre il dialetto, si chiama umore, tutta la magia della cultura napoletana sta negli umore di chi canta”.

Il musicista partenopeo ricorda con affetto il Festival: “Il Giffoni porta energia e tanta allegria sono stato vostro ospite un paio volte, e per me è sempre stata una manifestazione davvero importante per i giovani e soprattutto a loro che voglio parlare con la mia musica – continua – non come semplice involucro, ma come persone; l’anima e i sentimenti non hanno età.” E quando gli si chiede un parere sul tema di questa 46esima edizione, Destinazione, Gragnaniello non ha dubbi: “Credo che la parola destinazione vada sempre collegata ad una parola per me frequente, radici. Se hai delle radici a cui aggrapparti, le destinazioni possono essere infinite, si arriva anche al paradiso”.

Ad condividere la scena con Gragnaniello, il salernitano Pasquale Caprino, in arte Son Pascal, cresciuto a Paestum, sulla costa cilentana, ma che, partendo da un breve trasferimento londinese, nel lontanissimo Kazakistan con la sua musica è diventato una vera e propria celebrità: “Noi campani siamo migranti nell’anima, ce l’abbiamo nel sangue – ammette Pascal – la mia fuga verso Londra è stata necessaria e formativa, per amore della musica british, Oasis, Beatles, suonavo per locali le loro cover, mi è servito a capire la musica”. La curiosità nasce spontanea, perché proprio il Kazakistan? “Al ritorno in Italia dal mio periodo londinese – racconta – ho conosciuto una ragazza kazaka, sorella di un famoso attore locale, mi ha invitato a visitare il suo paese e ho deciso di restare lì. Il kazakistan è stata la mia fortuna – presegue – la fama se non la si raggiunge in patria, devi rincorrerla un po’ ovunque. Il kazakistan è una meta meno ambita dell’inghilterra o dell’america, c’è meno tradizione pop, quindi è stato facile comunicare con la mia musica, lì sono semplicemente stato me stesso.”

A proposito di Giffoni: “Venivo al Festival da bambino con la scuola, ricordo un’edizione con Remo Girone, un’ esperienza fantastica. Vivere il kazakistan non è facile, e tornare in Campania in queste occasioni e per questi eventi, è sempre emozionante anche se fa paura pensare di dovermi esibire in un contesto così importante, soprattutto prima di un artista come Enzo Gragnaniello”

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