‘Train to Busan’. Biglietto di sola andata nel nuovo zombie movie coreano

Un virus non identificato si abbatte sulla Corea del Sud e il Governo dichiara lo stato di emergenza. I passeggeri di un treno diretto a Busan, l’unica città ancora incontaminata, dovranno combattere per sopravvivere…

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Dopo aver polverizzato il box office asiatico e dopo essersi guadagnato le stellette di cult movie all’ultimo Festival di Cannes, totalizzando incassi vertiginosi nella cinefila Francia, approda finalmente in Italia sotto il segno della Tucker Film e del Far East Film Festival di Udine uno dei titoli più attesi della stagione: l’irresistibile zombie movie Train to Busan di Yeon Sang-ho.

Lungi dal paragonare queste creature agli zombi antropofagi di Romero e Fulci – si potrebbe scrivere una tesi sulle diverse rappresentazioni cinematografiche del morto vivente nel corso del tempo e cosa esso rappresenti a livello sociale – la filosofia narrativa e visiva del film attinge agli aspetti chiave delle produzioni di genere passate e presenti, rielaborando il tutto in chiave post-moderna per dare vita a un nuovo incubo.

Il regista racconta la sua storia concedendosi, come è giusto che sia, molte libertà in termini visivi di ferocia e violenza. La trama pressoché inesistente è tipica dei film di genere, quindi inutile dibattere sulla frivolezza degli eventi narrati. In questo senso, Train to Busan è molto legato alla tradizione filmica dello zombi. Ma c’è un interessante controtendenza rispetto alle più recenti pellicole sorelle, che merita di essere approfondita. Negli zombie movies non manca mai il personaggio egoista che fa una brutta fine; oppure, l’altruista che è disposto a sacrificarsi; il leader, colui che mantiene i nervi saldi e ha la fiducia del gruppo; i numerosi ‘inutili’, gente comune che non risalta tra i sopravvissuti e che spesso resta vittima del contagio. Fin troppo spesso i personaggi vengono messi davanti a una telecamera senza che per tutto il film il pubblico possa comprendere le loro azioni o sentire le loro emozioni. Al contrario, Train to Busan sviluppa sapientemente le dinamiche umane e le sue sfumature. Il rapporto tra il protagonista e sua figlia. Il rapporto che si instaura tra i sopravvissuti durante il viaggio. Vengono evidenziati quei tratti umani che solitamente condiscono i film di genere sia in positivo sia in negativo, ma sotto una luce più forte, e dunque chiara, del solito.

Nessuno nasce buono o cattivo. Spesso, quando capita una tragedia, molte persone approdano su una delle due sponde per puro caso. Altre invece si limitano ad imprecare. È triste doverlo ammettere, ma questo atteggiamento, questo sottrarsi alla responsabilità individuale, è abbastanza presente nella Sud Corea di oggi. E, per quanto Train to Busan sia un film di genere, mi piacerebbe che portasse gli spettatori a elaborare una riflessione in merito. Del resto, ho scelto gli zombie proprio perché
possono incarnare varie sfumature sociali: non sono mostri, sono soltanto esseri umani contagiati e trasformati da un virus! (nota del regista Yeong Sang-ho).

Ancora da stabilire la data d’uscita italiana. Si parla di primavera 2017.

TRAILER IN V.O. CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

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