‘Lion’, un intenso drama movie sulla ricerca delle proprie origini

Un performance da grande attore quella di Dev Patel in Lion, film che ripercorre l’incredibile storia di Saroo Brierley e la sua tenace ricerca nel trovare la vera famiglia da cui si è separato 25 anni prima. Ma il ruolo del protagonista è reso ancor più toccante da Sunny Pawar, il giovane attore di cinque anni che lo interpreta straordinariamente per tutta la prima metà del film, quando il personaggo è ancora un bambino. Garth Davis, già co-regista dell’acclamata miniserie Top of the Lake al fianco di Jane Campion, ha scelto saggiamente per il suo primo lungometraggio.

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Quando il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 22 dicembre, il pubblico non potrà fare a meno di ripensare alla pellicola di Boyle che lanciò Patel nel mondo del cinema internazionale, The Millionaire (Slumdog Millionaire, 2008). In effetti, la prima parte di Lion richiama alla memoria quelle rappresentazioni dickensiane circa lo stile di vita dei bambini poveri dell’India in The Millionaire. Ma in quel caso si trattava di una favola esilarante, piena d’energia, mentre Lion è una sobria seppure entusiasmante contemplazione profonda della famiglia, delle radici, dell’identità e della casa che catturano l’attenzione del pubblico e lo assorbono per tutte le due ore del film.

Altro grande lavoro, quello fatto sulla sceneggiatura. Luke Davies adatta ammirevolmente il libro autobiografico di Brierley da cui è tratto il film, trasportando lo sguardo innocente di un bambino dai suoi episodi di vita più strazianti fino alla sudata conquista di una maturità che non cancella quei pochi ma chiari ricordi dell’infanzia, pur essendo grata del futuro che le è stato riservato: alla fine del film, la didascalia sullo schermo ci dice che ogni anno in India scompaiono 80.000 bambini; la consapevolezza che l’esperienza di Saroo lo rende uno dei più fortunati dà enorme risonanza alla conclusione della storia.

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La scena si apre nel 1986, immergendo subito lo spettatore nel mondo del piccolo Saroo. Sua madre (Priyanka Bose) lavora come operaia trasportando pietre, mentre lui e l’amato fratello maggiore Guddu (Abhishek Bharate) cercano di portare a casa il necessario per sopravvivere con piccoli scambi di merce. Il meraviglioso Pawar buca lo schermo trasmettendo tutta la felicità di un bambino che brama di dimostrare la sua forza per seguire il fratello in qualunque mansione. Purtroppo i due si separano dopo che un giorno si erano allontanati da casa in cerca di un lavoro. In preda al panico, Saroo sale a bordo di un treno in disuso e si addormenta senza accorgersi che il mezzo inizia a muoversi. Si risveglia a 1.600 Km di distanza, a Calcutta.

Sia in India sia quando l’azione si sposta in Australia, per la precisione in Tasmania, il direttore della fotografia Greig Frasier incornicia paesaggi magnifici in tutta la loro asperità e bellezza. Per tutto il film si susseguono numerose riprese aeree che mozzano il fiato. Ma ciò che sorprende di più è la certamente voluta sensazione di Saroo come un goccia nell’oceano, un innocente granello che si scontra con un mondo sconosciuto e brulicante di persone. Il suo isolamento è accentuato dalla sfida comunicativa: il piccolo protagonista parla l’hindi in una zona dove il bengali è la lingua comune.

Per alcuni mesi Saroo riesce a sopravvivere rubacchiando cibo, sfuggendo ai rapitori di bambini, finché non viene portato in un orfanotrofio. Davies mostra l’estrema vulnerabilità dei bambini e l’atteggiamento subdolo degli adulti che li vittimizzano dopo essersi presentati loro come salvatori. Inoltre, la sceneggiatura è efficace nel suggerire come il ragazzo sia così confuso e logorato dalle informazioni che gli sono state date a riguardo, tanto che decide di abbandonare la speranza di rivedere sua madre. È un momento straziante, il cui impatto sul pubblico è accentuato dall’elegante colonna sonora sinfonica firmata Dustin O’Halloran e Hausckha.

L’abilità del regista di portarci ad assumere il punto di vista di un bambino di cinque anni che ne ha passate di tutte i colori è straordinaria. In particolare, quando nel 1987 arriva in Tasmania e conosce i suoi affettuosi genitori adottivi Sue e John Brierley (Nicole kidman e David Wenham), è magico stare a guardare Saroo che si muove per la sua nuova casa e incontra oggetti mai visti né sentiti prima, come il televisore o il frigorifero.

Salto in avanti di 20 anni. Patel rimpiazza Pawar e lo fa assumendo un accento australiano quasi perfetto.
Saroo è motivo di grande orgoglio per i genitori, al contrario del fratello adottivo Mantosh (Divian Ladwa) che non è mai riuscito a superare i traumi infantili subiti. Il modo in cui lo script dà vita a questi personaggi, la sensibilità registica riguardo al materiale trattato e l’ottimo lavoro degli attori rendono tutte le scene di famiglia molto emozionanti.

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Quando Saroo vola a Melbourne per un Master in Hotel Management, incontra l’americana Lucy (Rooney Mara) e i due iniziano a frequentarsi. Non meno significativo l’incontro con alcuni ragazzi indiani del corso, i quali chiedono al protagonista notizie del suo passato. Uno di loro gli propone di tracciare le sue radici con Google Earth; un processo che implicherebbe un’accurata ricerca basata su vaghi flash del passato. Ma restringendo il raggio e ripercorrendo al contrario il viaggio in treno che lo portò anni prima a Calcutta, Saroo si convince di potercela fare. Come punto di partenza, si prefigge un’immagine rimasta indelebile nella sua mente: una cisterna d’acqua che fiancheggia i binari della stazione dove si è separato dal fratello. La sua diventa un’ossessione.

Questa è la migliore prova attoriale di Patel, che riesce a incanalare contemporaneamente diverse emozioni in un personaggio che lotta con più lealtà conflittuali: la madre Sue per aver lasciato il lavoro e per i suoi travagliati rapporti col fratello Mantosh; Lucy, che nonostante voglia sostenerlo nella sua ricerca viene messa sempre più in disparte; la madre naturale e il fratello Guddu, che dopo anni riemergono nella sua memoria e gli riempiono la testa di ricordi. Ci sono elementi rintracciabili in qualsivoglia drama movie che indaga sul passato del protagonista. Ma la compostezza e il sentimento che Davis aggiunge al film sottolineano in ogni momento che la storia di Saroo è unica.

Uno potrebbe disquisire sulla protratta raffigurazione a strappi del processo di ricerca, poiché sembra destinata soltanto a ritardare un risultato reso evidente dall’esistenza stessa del film. Ma non si può negare la crescente emozione dell’atto finale né rimanere con gli occhi asciutti durante la gioiosa riconciliazione di Saroo con la madre.

Assolutamente da vedere.

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