Francesco De Gregori in concerto al Blubar Festival

Foto di Daniele Barraco
Foto di Daniele Barraco
Foto di Daniele Barraco

Sabato 13 agosto Francesco De Gregori sarà in concerto al Blubar Festival in Piazza Sirena a Francavilla al mare (Chieti) con il suo tour estivo, durante il quale darà vita a uno spettacolo unico, con una scaletta ricca di successi di ieri e di oggi: da “La donna cannone” a “Generale”, da “Buonanotte fiorellino” a “Rimmel” e tante altre hit, fino ad alcuni brani dell’ultimo disco “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto”.

Segnala a Zazoom - Blog Directory

Sul palco Francesco De Gregori è accompagnato dalla sua band formata da Guido Guglielminetti (basso e contrabbasso), Paolo Giovenchi (chitarre), Lucio Bardi (chitarre), Alessandro Valle (pedal steel guitar e mandolino), Alessandro Arianti (hammond e piano), Stefano Parenti (batteria), Elena Cirillo (violino e cori), Giorgio Tebaldi (trombone), Giancarlo Romani (tromba) e Stefano Ribeca (sax).

I biglietti della tappa di Francavilla (posti a sedere) sono esauriti. Sarà comunque possibile assistere al concerto, gratuitamente, in piedi. Verranno inoltre allestiti alcuni maxischermi nei dintorni di piazza Sirena. Aprirà la serata Luigi Grechi.
RTL 102.5 è la radio media partner ufficiale dell’Amore e Furto tour 2016 di Francesco De Gregori.

“De Gregori canta Bob Dylan – amore e furto” è un album in cui Francesco De Gregori traduce e interpreta, con amore e rispetto, 11 canzoni di Bob Dylan: “Un angioletto come te” (“Sweetheart like you”), “Servire qualcuno” (“Gotta serve somebody”), “Non dirle che non è così” (“If you see her, say hello”), “Via della Povertà” (“Desolation row”), “Come il giorno” (“I shall be released”), “Mondo politico” (“Political world”), “Non è buio ancora” (“Not dark yet”), “Acido seminterrato” (“Subterranean homesick blues”), “Una serie di sogni” (“Series of dreams”), “Tweedle Dum & Tweedle Dee” (“Tweedle Dee & Tweedle Dum”), “Dignità” (“Dignity”).

È disponibile in tutte le librerie “Passo d’uomo” (Laterza), l’ultimo libro di Francesco De Gregori scritto con Antonio Gnoli, dove per la prima volta l’artista si racconta attraverso una serie di conversazioni tra pensieri, ricordi ed emozioni.
Chiunque si sia posto domande su che cos’è l’arte e la bellezza, il tempo che passa e ci trasforma, Dio e le religioni, l’oggi che comprendiamo sempre meno, troverà in questi dialoghi risposte di sorprendente sincerità e acutezza. Scoprirà inoltre le numerose esperienze che De Gregori ha vissuto con coerenza e desiderio: i libri letti e amati; l’America con i suoi miti e la politica con i suoi equivoci e il senso di cosa abbia voluto dire per lui essere di sinistra senza lasciarsene condizionare. Il mondo poetico di De Gregori ne esce in sintonia con il battito del suo cuore e della sua mente. Tra la musica che ha scritto e quella che ha amato.

“De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto” è un disco che viene da lontano.
Nei primi anni 80 parto per la montagna con i bambini e porto con me l’ultimo cd di Bob Dylan, “Infidels”. La seconda traccia è “Sweetheart like you” e la macchina si riempie di suono: riprovo la sensazione di parecchi anni prima quando ero rimasto così colpito da “Desolation Row” da passare interi pomeriggi, vocabolario alla mano, a cercare di capire il testo. Alla fine avevo tirato fuori una traduzione in italiano – una traduzione letterale, non da cantare – più che altro per capire di che si parlava, cosa c’era dietro a quella voce e a quella musica. E così ero entrato per la prima volta, attraverso una lingua che non era la mia, nel mondo poetico di un altro.
Adesso mentre prendo per Belluno e i miei figli canticchiano appresso a Bob è passata una vita da allora, sono diventato anch’io uno che fa i dischi, l’inglese lo conosco un po’ meglio e le parole di questa nuova canzone mi sembrano bellissime. E penso che prima o poi dovrei farla in italiano, anche se a occhio non sarà una cosa facile.
Una decina d’anni dopo invece traduco in modo da poterla cantare “If you see her, say hello”. È una canzone d’amore, ha la durezza cristallina di certi sonetti di Shakespeare, il linguaggio è stradale ma taglia e graffia senza pietà. Lui va in giro per il mondo, ogni tanto sente parlare di lei che lo ha lasciato, magari adesso sta a Tangeri con chissà chi ma lui – che non smetterà mai di amarla – la rispetterà sempre, non la disturberà mai, non la cercherà più. E però… “Se lei ripassasse da qua non è poi così difficile trovarmi, ditele che mi può cercare se ha un po’ di tempo”. Beh, davanti a questo io mi metto in ginocchio, sento che mi riguarda. La traduco in un pomeriggio, la registro con una certa fatica (non è facile, l’arrangiamento di Dylan sembra nato quasi per caso, non è codificabile) e la infilo senza troppi clamori in una raccolta live. Il pezzo non spacca le classifiche, nessuno ci fa caso più di tanto. Solo che anni dopo Dylan la mette nella colonna sonora del suo film ” Masked and Anonymous”, una delle tante cose apparentemente senza senso che Dylan ama fare ogni tanto, e finisce anche in un disco in mezzo a gente come i Los Lobos, Jerry Garcia, i Grateful Dead, lo stesso Dylan che canta “Cold Iron Bounds”, ” Dixie” e ” Down in the Flood”, gli Articolo 31 in una versione italiana di “Like a Rolling Stone” e un’incredibile band giapponese che fa una cover un po’ ridicola di “My Back Pages”. Quando mi chiamano dalla Sony per chiedermi l’autorizzazione prima penso che sia uno scherzo, poi naturalmente mi affretto a dire di sì.
Arriviamo a oggi, a queste undici canzoni. Tradurre una canzone vuol dire soprattutto non stravolgere il significato del testo, ovviamente, e anche lavorare sul suono delle singole parole e sulla metrica dei versi. Ma anche ammettendo la possibilità di soddisfare contemporaneamente tutte e tre queste condizioni avremmo fatto un lavoro inutile se alla fine non raggiungessimo ciò che in una parola definirei “cantabilità”: far suonare bene in italiano ciò che suonava bene in inglese. Questo è stato per me l’obiettivo da non perdere mai di vista. E sulla strada della cantabilità i paletti e i sacrifici sono molti, non tutti si possono evitare, qualcuno può essere fatale. Tradurre Tangeri con Tunisia non è solo un’imprecisione geografica, è anche un errore concettuale: Tangeri fa pensare a Paul Bowles, a fughe alternative, a una bella ragazza americana molto emancipata che va a prendersi un tè nel deserto con i suoi amanti, la Tunisia evoca – almeno fino a poco tempo fa – crociere di massa e vacanze low cost. Ma non tutto si può tradurre, trovatela voi una rima con Tangeri, se ci riuscite (in altre canzoni invece mi è toccato trasformare un magazzino di laterizi in un negozio di attacchi da sci e una casa con pavimenti ignifughi in un aereo privato, e altre cose del genere. Ma sono tradimenti minori, non alterano il senso complessivo dell’originale e non mi sento in colpa per questo).
Un’ultima cosa va detta: nel fare questo disco non mi sono mai posto troppe domande sui misteri e sui segreti disseminati nelle canzoni di Dylan, non sono andato in cerca di significati nascosti, mi sono tenuto volontariamente lontano da una fin troppo ricca esegetica Dylaniana.
Dylan ha una sua biografia, una conoscenza profonda della cultura popolare e dell’arte americana, i suoi riferimenti letterari sono sterminati, vanno dal folk al blues alla Bibbia: per cantare Dylan in italiano non mi è servito indagare su tutto questo. Sono state pubblicate svariate centinaia di libri su Bob Dylan ma a casa mia ce ne saranno al massimo una decina, e non credo nemmeno di averli letti tutti. C’è solo amore dunque dietro a questo furto, perché per amare veramente non bisogna chiedersi troppo e non serve sapere tutto.
Francesco De Gregori

Loading...

Commenta per primo

Lascia un commento

Follow by Email
Twitter
Visit Us
Follow Me
LinkedIn
Share
Instagram