Il documentario tra poesia e discordia: l’Italia applaude “A piedi nudi”, l’America si divide sulla First Lady
Il cinema documentario sta vivendo una stagione di forti contrasti, capace di raccontare con la stessa intensità la poesia della rinascita artistica e le aspre polemiche dello show business politico. Se a Roma ci si prepara a celebrare la bellezza e la fatica della danza con un’opera intima e toccante, oltreoceano l’attenzione è catalizzata da una pellicola che sta frantumando ogni record statistico, ma per motivi che dividono profondamente critica e pubblico.
“A piedi nudi”: un viaggio nell’Italia che resiste
L’appuntamento per gli amanti dell’arte e del cinema è fissato per venerdì 24 maggio al Cinema Farnese Arthouse di Roma. In questa cornice verrà presentato in anteprima assoluta “A piedi nudi”, il documentario scritto da Elena Costa e diretto dalla coppia formata da Jessica Giaconi e Ricardo Villalba. Prodotto da WellSee in coproduzione con la spagnola Polarys, il film nasce con il supporto del MIC e della Libera Università del Cinema di Roma, raccontando una storia di resistenza culturale che vede protagonista la storica Compagnia Artemis Danza e la sua direttrice, Monica Casadei.
L’opera offre uno spaccato inedito, focalizzandosi sul periodo complesso che va dal 2020 al 2022: dalla fine della prima ondata pandemica fino alla definitiva riapertura dei teatri. La macchina da presa ha seguito con discrezione il tour “fuori-teatro” della compagnia, una delle più longeve del panorama italiano con venticinque anni di attività e oltre quaranta produzioni originali. Non si tratta solo di una cronaca artistica, ma di un diario intimo che svela le paure, i sogni e le aspettative dei danzatori — tra cui spicca l’internazionale Midori Watanabe — che diventano qui il volto di migliaia di lavoratori dello spettacolo italiani.
Le coreografie, riarrangiamenti originali di opere immortali come “Traviata”, “Tosca”, “Carmen” e omaggi a Fellini e Dante, prendono vita in scenari mozzafiato. Il documentario si trasforma così in un grand tour che tocca luoghi iconici del patrimonio culturale: dal Borgo San Giuliano di Rimini alla Basilica di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, passando per la suggestiva Scala dei Turchi e la Valle dei Templi ad Agrigento, fino alle Terme di Caracalla. Un viaggio di 75 minuti che, sostenuto da numerosi enti tra cui diversi Istituti Italiani di Cultura all’Estero, celebra la bellezza come forma di sopravvivenza.
Il paradosso di Amazon e la First Lady
Mentre l’Italia porta sullo schermo l’armonia del corpo, negli Stati Uniti un altro documentario sta facendo discutere per una dissonanza clamorosa. Il film Amazon dedicato all’ex First Lady, diretto da Brett Ratner, ha stabilito questa settimana un record dubbio sul noto aggregatore Rotten Tomatoes: la più grande discrepanza tra il voto della critica e quello del pubblico registrata negli ultimi 27 anni.
Uscito nelle sale a fine gennaio e approdato alla ventinovesima posizione del botteghino britannico, il film è stato letteralmente stroncato dalla stampa specializzata, raccogliendo un misero 8% sul “Tomatometer”. Di contro, il pubblico ha premiato la pellicola con un plebiscitario 99%, un dato che ha immediatamente sollevato il sospetto di manipolazioni o campagne coordinate di recensioni positive. I fan, tuttavia, sembrano genuinamente entusiasti: c’è chi elogia la pellicola come un’opportunità per scoprire il “calore e la compassione” di Melania e chi ne esalta la “raffinatezza e classe”, definendola una First Lady straordinaria.
Versant, la società proprietaria di Rotten Tomatoes, ha risposto alle speculazioni con una smentita categorica rilasciata a Variety. Hanno chiarito che non vi è stata alcuna manipolazione delle recensioni del pubblico, sottolineando che i voti visibili provengono da utenti “verificati”, ovvero persone che hanno effettivamente acquistato il biglietto tramite Fandango.
Resta però l’abisso con il giudizio della critica. Nick Hilton dell’Independent, ad esempio, ha liquidato il film con una sola stella, descrivendolo come un ibrido tra “reality TV e pura finzione”. Con una pungente ironia britannica, il critico ha suggerito che definire Melania “insulsa” farebbe un torto alle nuvole di vapore che circondano gli adolescenti inglesi, etichettando l’opera come la storia americana vista attraverso il prisma di una donna che appare, allo stesso tempo, “in parte marionetta del regime e in parte simbolo della comunità di immigrati d’America”.