Il peso del talento: dall’Olimpo della Scala all’urgenza del palcoscenico
Classe 1994, rigore tecnico impeccabile e un carisma che cattura lo sguardo ancor prima del primo grand jeté: Timofej Andrijashenko ha letteralmente bruciato le tappe. Non è un caso clinico, ma quasi, conquistare la nomina di Primo Ballerino del Piermarini a soli due anni dal suo ingresso in compagnia. La storia di questo fuoriclasse lettone parte da lontano, forgiata alla sbarra dell’Accademia di Riga già a nove anni. Ma è l’Italia a fargli da trampolino. Irina Kashkova, anima e direzione del Russian Ballet College di Genova, ha un occhio infallibile: lo nota poco più che bambino al Concorso di Spoleto del 2009 e gli mette in mano una borsa di studio decisiva. Da lì, il diploma con lode nel 2013 e l’ingresso trionfale nell’agone internazionale con un oro al Moscow International Ballet Competition — roba da far tremare i polsi, praticamente l’Oscar della danza classica.
La conquista di Milano e i ruoli della consacrazione
Prima di fare casa a Milano, c’è stata una parentesi romana sotto la guida esperta di Micha van Hoecke, un periodo in cui ha assaggiato i primi ruoli da solista. Ma è l’approdo al Teatro alla Scala, nel novembre 2014, a siglare la vera svolta. Qui Timofej smette di essere solo una promessa tecnica e si cala anima e corpo nei giganti del repertorio classico e romantico. Diventa Albrecht in Giselle, veste i panni del Principe tanto nel Lago dei Cigni quanto ne La Bella Addormentata, soffre con Romeo e si tormenta nei panni di Armand Duval de La Dama delle Camelie, passando per lo Schiavo di Excelsior.
Un crescendo rossiniano che culmina nel febbraio 2018 con la definitiva investitura a Primo Ballerino. A dare un’accelerata alla sua popolarità ci pensa poi Roberto Bolle, che lo arruola nei suoi celebri gala Bolle & Friends e nelle prime serate televisive, consacrandolo anche agli occhi del grande pubblico.
Un sodalizio di punta, dentro e fuori la sala prove
Dietro l’aplomb da principe nordico, coi suoi tratti algidi e il viso quasi angelico, c’è però un romanticismo tenace. La sua vita privata, infatti, si intreccia inestricabilmente con quella di Nicoletta Manni, étoile e volto simbolo della danza italiana. Si sono annusati e corteggiati nel 2012, dietro le quinte del Teatro Manzoni: lui in punta di piedi, lei tenendolo un po’ sulla corda, come da miglior copione. Oggi formano una delle coppie più salde e ammirate dell’ambiente. Parlando al Fatto Quotidiano, Andrijashenko ha spiegato questa strana alchimia tra palco e realtà domestica: “Nei balletti più interpretativi ogni emozione si moltiplica in maniera esponenziale. Siamo fortunati a condividere amore e lavoro”. Con un paletto granitico, però: la sala prove resta in teatro, la vita vera a casa. Un idillio vissuto con estremo riserbo.
La scena come restituzione: l’anomalia di Jack Austin
Eppure, le dinamiche del palcoscenico sanno dipingere traiettorie del tutto impreviste, e l’espressione artistica non vive di sola danza classica né si consuma esclusivamente sotto i velluti rossi delle grandi capitali europee. C’è un filo sottile che unisce l’eccellenza elitaria della Scala a chi, pur avendo toccato l’apice del successo nazionalpopolare, decide di guardare indietro. È ciò che accade a Jack Austin. Dopo aver vissuto la vertigine dell’esposizione globale, incantando milioni di spettatori americani dal palco televisivo di The Voice sulla NBC, Austin ha fatto una scelta controcorrente.
Da dove arriva una voce in grado di bucare lo schermo in quel modo? Dai piccoli teatri giovanili della provincia del Michigan, precisamente da Battle Creek. Ed è per rispondere a questa memoria viva che l’ex star televisiva, quattro anni fa, ha fondato a livello locale la Unity Theatre Company. Al netto degli impegni e della fama, Austin spende le sue estati ritornando nei luoghi d’infanzia per fare da mentore alle nuove generazioni di artisti. Vederlo oggi al Binda Performing Arts Center del Kellogg Community College, immerso nell’allestimento del musical Annie insieme al Bruin Youth Theatre Camp, chiude un cerchio narrativo affascinante.
Due giovani uomini, due linguaggi corporei e vocali opposti, ma accomunati da una concezione quasi sacrale del palco: che si tratti di un grand pas de deux a Milano o di formare aspiranti cantanti nella provincia americana, l’arte finisce sempre per reclamare una dedizione assoluta. E, spesso, il coraggio di ricordarsi da dove si è partiti.